Recensione: La Resa, di Vargas

L’atmosfera più adatta ai cimiteri è un cielo garbatamente annuvolato, temperatura fresca e poco vento. In scenari luttuosi, un sole vivace rischia di risultare inopportuno, il caldo renderebbe difficile portare la divisa del cordoglio e, in linea di massima, è sempre meglio piangere i propri cari senza doversi preoccupare delle correnti d’aria che bastonano il naso con generose manciate di polline votivo.
Quel giorno, al cimitero di Montebasso, c’era un tempo inopportuno.


Comincia così, La Resa. Un romanzo che parla dell’eterna lotta tra il Bene e il Male, impersonati dagli archetipi dell’Eroe e del Necromante, acerrimi nemici che si combattono da prima della Storia. Finché un giorno non si stufano, fanno un accordo e provano a vivere una vita ritirata, senza intervenire più nelle beghe degli umani. Ma il loro è un Destino con la D maiuscola e quindi le cose non vanno mai come vorrebbero.

Ambientato tra il Centro Italia e New York, con qualche gita turistica in giro per i secoli, Vargas ci dona un romanzo che si potrebbe ascrivere allo Urban Fantasy. Dal piglio ironico, ma con scene di una crudezza ragguardevole, il libro scorre meravigliosamente.

La trama a volte risulta un po’ caotica, ma poco importa in quanto a brillare di luce propria sono i personaggi.

Gabriela è una bambina angelica che vive a Montebasso con i suoi genitori. Pur essendo piccola e adorabile, non sopporta le ingiustizie (è pur sempre l’Eroe) ed è proprio prendendosela con un bullo a scuola che scatenerà una serie di eventi che porteranno il sonnacchioso paesello sulle prime pagine dei giornali.

Neri è il custode del cimitero di Montebasso. Combatte la solitudine resuscitando l’occasionale salma (è pur sempre il Necromante) per scambiare quattro chiacchiere e mangiare qualche biscotto in compagnia. Ma le sconsiderate azioni di Gabriela lo costringeranno, suo malgrado, a dover attingere ai suoi poteri più alti.

E poi c’è Bestemmia. Bestemmia è una creatura ignobile, triste, sconsolata e deforme che attraversa tutta la narrazione fino a un climax che ha un sapore dolce amaro.

A intervallare questa narrazione contemporanea ci sono numerosi salti nel passato, dove possiamo vedere le varie incarnazioni dell’Eroe e del Necromante combattersi, morire e rinascere.

Come detto: il romanzo è intriso di ironia ma ha una vena profondamente nostalgica, quasi un po’ rassegnata. Gli occasionali spruzzi di sangue (conditi di marcescenza, ossa putride e creature mostruose) danno un ritmo tutto particolare alla storia e fanno in modo che le quasi 500 pagine volino.

Il visitatore si girò, per controllare chi gli fosse arrivato alle spalle. Aveva la testa coperta di capelli corti e grigiastri e un volto stanco dai tratti mediorientali. Vestiva un caftano stazzonato che aveva visto giorni migliori.
− Scusi. Io sto ancora uno poco qui. Saluto mia moglie, − gli rispose, articolando la frase alla meglio.
Neri si sporse per leggere il nome sulla lapide: TERZO BUBBOLA, 1898-1943, MILITE E PATRIOTA.
L’uomo aggiunse: − Tomba di un altro. Lei è morta mentre fuggiamo. Non è seppellita. Se la saluto qui o da altra parte è lo stesso. Tanto anche viva non mi ascoltava, − rise mettendo in mostra pochi denti mal conservati.


Un libro consigliato a tutt* quell* che credono che il fantasy italiano sia banale.

Vargas è un autore di narrativa, giochi di ruolo, editor un po’ ovunque e redattore presso Malgrado le Mosche. Ha pubblicato altri due romanzi, più una serie di racconti in antologie e riviste letterarie come La Nuova Verdǝ, retabloid, Micorrize e Inquieto. È co-creatore del gioco di ruolo UNIT e fondatore del Coro Terroristico Maceratese, due cose che, appresso a una certa destrezza nel preparare i falafel, rimangono per lui unici motivi d’orgoglio.

Titolo: La Resa
Autore: Vargas
Editore: Zona 42
Collana: I libri dell'Iguana
Pagine: 476, brossura
Anno edizione: 2023

C’erano una volta i blog - una storia nostalgica e qualche trucco per chi è appena arrivato.

Benvenute creature in quello che potrebbe essere solo il primo di una lunga serie di post sulla nostalgia per il web che fu. 

Prima di immergervi nella mia labirintica narrazione ecco cosa troverete in breve: internet pre-social, cosa erano i blog, perché un blog oggi, quali vantaggi hanno, come raccogliere gli aggiornamenti di diversi blog in un unico posto.

***

Chi è relativamente giovane forse non ha presente quanto sia cambiato il web negli ultimi dieci anni. L’avvento dei social media e la centralizzazione dei contenuti su due/tre grandi piattaforme non è sempre stato lo standard. Google era solo un motore di ricerca (un buon motore di ricerca, tra l’altro). Instagram era solo un posto dove pubblicare le proprie foto. Facebook era solo un posto dove aggiornare sulla propria vita amici e conoscenti. I video li trovavi solo su YouTube. La cosa più importante: eri tu che andavi a cercarti la roba che ti interessava, non esistevano sistemi che ti scodellavano la pappa pronta in una pagina “Per te”.

Chi stava online nei primi anni duemila aveva molte più opzioni: MySpace, dove seguire artisti musicali; i forum, dove si ritrovavano grandi comunità che giravano intorno a una passione comune; i blog.

I blog (contrazione di web-log) sono pagine personali che funzionano un po’ come un diario. Sono gratis in quanto ospitati su una piattaforma dedicata. Ogni articolo è corredato da data e ora e i post più recenti stanno in cima. Puoi usare categorie (tag) per dividere i post per aree tematiche. Una cosa figa: ogni post ha un link univoco (e stabile) che puoi spacciare ovunque. E i contenuti sono ricercabili quindi non perdi nulla in giro come succede con i social.

Ma perché un blog oggi?

Se siete qui è perché vi piace leggere e forse vi piace pure scrivere. Lo sapete da dove viene la MIA passione di scrivere? Dal mio primo blog.

Uno screenshot del mio primissimo blog preso dall'internet archive
Uno screenshot del mio primissimo blog preso dall'internet archive

Un blog è una macchina fantastica per la creatività, ma anche per creare l’abitudine di scrivere ogni giorno, per affinare quei meccanismi (scrivi, ti viene un dubbio, fai una ricerca, chiarisci il dubbio, continui a scrivere e via così) che servono anche a chi scrive storie vere (e non sterili elucubrazioni come queste mie).

Inoltre, è uno spazio relativamente libero. Puoi scriverci fondamentalmente quello che vuoi.

Oggi le piattaforme principali per il blogging sono Blogger e Wordpress, ma rispetto al passato hanno moltissime limitazioni (oppure semplicemente non ci vengono più investite energie e risorse). E non dimentichiamoci di Tumblr, che nonostante tutto resta una piattaforma di microblogging.

Alternative oggi molto gettonate sono Medium (non personalizzabile ma credo tu ci possa scrivere quello che vuoi e i tuoi scritti vengono promossi sulla piattaforma) e Substack che però è più una newsletter che un blog e ha un problema di infestazione da parte di gruppi di estrema destra.

Un’ulteriore alternativa è un sito personale, che però richiede almeno l’investimento nel dominio e l’hosting. Ma una volta che hai quelli hai anche una casa tutta tua nel web, con cui puoi fare quello che vuoi senza nessuno che possa dirti un cavolo.

Ok, ma se a me piace leggerli, i blog?

Come si faceva una volta a leggere tutti i blog che ti piacevano? Certo, i singoli provider hanno strumenti interni che permettono di iscriversi a tutti i blog di quella piattaforma. Ma se vuoi seguire blog ospitati su diversi siti? In quel caso si usano i feed RSS.

RSS sta per Really Simple Syndication (non è vero, ma facciamo finta) ed è un formato di distribuzione dei contenuti web. Ogni blog e sito ne ha uno (anche oggi, incredibile!). Esistono programmi (app o siti) che possono raccogliere questi contenuti, in modo che tutti gli aggiornamenti dei propri blog e siti preferiti restino in un posto solo. Comodo, vero?

Il mio RSS feed preferito una volta era Google Reader. Poi l’hanno eliminato (maledetti). Oggi io uso Feedly, che al netto delle limitazioni, è quello che ti dà di più. Basta fare un account e aggiungere gli URL dei blog e dei siti che ti interessano e voilà: non ti perdi nemmeno un articolo.

Recensione: Povere Creature! di Alasdair Gray

 

“E Candle, oltre al nostro fidanzamento ricorderò sempre quanto spesso venivi a trovarmi ai vecchi tempi e mi ascoltavi suonare la pianola per te e come mi facevi sentire una donna bellissima baciandomi sempre la mano, dopo.”

“Bella, in vita mia ti ho visto solo tre volte e questa è la terza.”

“Esatto!”

Oggi è il giorno in cui finalmente scoprirete l’entità della mia incompetenza. Mi definisco una cialtrona entusiasta perché sono sì una lettrice, ma non ho studiato.

Ma come mai questo discorso pregno di autocommiserazione? Perché oggi mi accingo a parlare di “Povere Creature!” di Alasdair Gray. Un libro che mi è piaciuto da morire. Ma non so dirvi perché.

Povere Creature! é il libro che ha ispirato il film di Lanthimos candidato agli Oscar ed è stato scritto nel 1992.

La storia è presto detta: Archibald McCandless è un chirurgo che durante gli studi conosce il deforme ma geniale Godwin Baxter, figlio d’arte di un medico spregiudicato.

Godwin, affamato d’amore, compie l’impensabile. Riporta in vita una donna che si è uccisa buttandosi nel fiume. Per farlo le trapianta il cervello del bambino non ancora nato che portava in grembo. Da lì in poi seguiremo le rocambolesche avventure di questa creatura frankesteiniana che per una volta ha un nome: Bella Baxter.

Il libro in sé è quasi uno pseudobiblion in quanto si compone di diverse parti:

  • Un’introduzione da parte di Alasdair Gray, che si pone come mero curatore dei testi;
  • Il diario di Archibald McCandless che narra gli avvenimenti;
  • La lettera di Bella Baxter che narra tutta un’altra storia;
  • La lettera di “Victoria McCandless”, che ribalta ancora una volta tutta la narrazione.

Premetto che non ho visto il film. So che tratta solo una parte della storia e che la dipana in maniera diversa. Lanthimos ne aveva parlato con Gray in persona, prima della sua morte nel 2019, quindi immagino sapesse cosa stava facendo.

Questo libro, stratificato fino all’inverosimile tra testimonianze, lettere e controlettere, parla fondamentalmente di una cosa sola: della presa di coscienza di Bella, che da bambina curiosa diventa una donna affermata.

Mentre parlavano serrai i denti e i pugni per impedire loro di mordere e graffiare quegli uomini intelligenti che non vogliono curari i piccoli indifesi malati, che usano le religioni e la politica per rimanere comodamente al di sopra di tutto quel dolore, che trasformano le religioni e la politica in pretesti per diffondere la miseria con il fuoco e la spada e come potevo fermare tutto ciò? Non sapevo cosa fare.

E mentre Bella scappa insieme a Wedderburn e impara che il mondo è un posto orribile ma anche meraviglioso, McCandless e Godwin sono a Glasgow, ad angustiarsi e ad aspettare le lettere di Bella. Bella che alla fine torna, sposa McCandless e si iscrive all’Università per diventare il primo medico donna del Regno Unito.

Potrei parlarvi dell’ambientazione gotica, del linguaggio di Bella che diventa più forbito con il passare del tempo, dei discorsi profondi e filosofici tra Candle e Godwin, ma sono sicura che c’è gente più competente di me che ne ha parlato meglio

Per me è stata una lettura appassionante, divertente, commovente e brillante. Bella è un personaggio incredibile. Una forza della natura, una donna senza passato che non ha paura e non ha freni. Dice quello che pensa, prende quello che vuole e ragiona in maniera lucidissima.

Godwin è un disperato, un uomo complicatissimo ma con un cuore grande. Quando si rende conto che non potrà mai avere Bella come compagna, trova la forza di lasciarla andare per la sua strada, come il migliore dei genitori.

McCandless è francamente patetico, ma ci piace così. Resta ad aspettare Bella che gli ha promesso che lo sposerà.

Ma la donna che è affogata nel fiume? Quella che diventerà Bella Baxter? Chi era veramente? Fatevi sorprendere e correte a leggere questo meraviglioso libro.

Autore:  Alasdair Gray
Traduttrice: Sara Caraffini
Editore: SafaràEditore
Anno edizione: 2023
Pagine: 408 p., ill. , Brossura

Recensione: Exit Reality di Valentina Tanni

Quello che mi tiene connessa, ancora oggi - il vero nucleo della mia dipendenza da internet - è il piacere di sentire questo brulicare del mondo, di percepire la presenza degli altri, di lasciarmi sorprendere dalla complessità dei comportamenti, delle parole, dei suoni e delle immagini che ogni minuto si riversano in rete.

Uno dei saggi più interessanti che ho letto negli ultimi mesi. Exit Reality di Valentina Tanni, uscito nel 2023 per Nero Editions è prima di tutto un'analisi documentata dell'evoluzione delle correnti estetiche e culturali scaturite da internet negli ultimi due decenni. Ma dopo poche pagine ci si accorge che il libro contiene anche materiale che fa riflettere profondamente sul concetto di comunità.

Ecco come lo presenta l'editore: Exit reality è il primo tentativo di mappare un mondo che, intriso di spiazzanti qualità allucinatorie, ci appare come un pianeta parallelo emerso dalle galassie del codicespazio.

Attraverso i diversi capitoli, l'autrice analizza tutte le sottoculture che si sono sviluppate online: dalla vaporwave al dreamcore fino alle backrooms, quintessenza degli spazi liminali.

Viene analizzato il concetto di lore, viene sviscerato il fenomeno delle fanfiction e dei creepypasta e si cerca di capire cosa trovano così tanti giovani in certe aesthetics (o vibes) come la dark academia o il cottagecore. La narrazione è spesso punteggiata da immagini e commenti trovati online e il saggio è pieno di riferimenti a pezzi musicali da ascoltare o video da guardare. 

La velocità e il sovraffollamento dell'ecosistema informativo, insomma, non generano una maggiore conoscenza del mondo esterno; al contrario, innescano un movimento vertiginoso che punta verso l'interiorità.

Leggendo, sono rimasta stupita da quanto mi sono ritrovata nelle parole dell'autrice quando parla del suo peregrinare per il web e il trovare sempre nuove e interessanti cose da studiare. Il web è casa mia da quasi due decenni e pur non facendo parte della prima onda, è un posto che mi ha plasmata e formata (nel bene e nel male). Ma mi ha fatto anche scoprire cose nuove come la musica vaporvawe e hyperpop, da cui ora sono completamente ossessionata. 

Non mancano ragionamenti su cosa, nel concreto, porti queste comunità insieme. Cosa porta migliaia e migliaia di persone a creare media di estetica doomcore:
In molti di questi video la questione implicita, mai nominata ma ben individuabile, è l'incombere della tragedia, l'approssimarsi della fine. L'apocalisse si sta avvicinando; quello che possiamo fare è sentirci vicini, condividere sentimenti. 

Questo libro per me è stato un po' un viaggio nel tempo, con finestre che davano su giardini di cui non conoscevo l'esistenza

Un saggio che ogni appassionato di comunità virtuali dovrebbe leggere.

Recensione: Streghe all'Opera di Terry Pratchett

Premettiamo una cosa: parlare di recensione è eccessivo. Le mie sono impressioni. Parlo delle sensazioni che mi ha lasciato un libro. Parlo di quello che mi ha colpito, di quello che mi è piaciuto e di quello che invece mi ha lasciato indifferente o, peggio, che mi ha fatto storcere il naso. E questo si applica a tutti gli articoli di questo malaugurato blog.

Ok, ora passiamo a Streghe all’Opera di Terry Pratchett uscito nell’Anno Domini 2023 per i tipi di Salani. E qui parte la solita polemichetta: il libro è uscito nel 1995. In Italia non è ancora stata tradotta l’opera omnia di Pratchett. I diritti sono di Salani che ne fa uscire uno ogni boh, cinque anni? Ci sono intere serie che sono ad oggi monche in lingua italiana (il ciclo delle Guardie, quello di Scuotivento, quello di Tiffany Aching, per non parlare dell’intero ciclo di Moist von Lipwig) per colpa di Salani che pensa solo a riproporre l’ennesima edizione da collezionista di Harry Potter. E le copertine prese dalle foto stock di Adobe? Ne possiamo parlare?

Bon basta.

Pratchett si è sempre divertito a prendere scenari conosciuti e trasporli nel Mondo Disco: è successo con l’antico Egitto con Maledette Piramidi, con Hollywood in Stelle Cadenti e con Babbo Natale in Hogfather (uscito stranamente anche questo nel 2023).

In questo caso il romanzo è ambientato nel mondo eccentrico dell’Opera.

Agnes Nitt è una ragazza in cerca della sua identità che se ne va dal paesello di Lancre per recarsi nella grande Ankh-Morpork per provare a sfondare nello spettacolo. Alle sue calcagna avrà Nonna Weatherwax e Tata Ogg, anziane streghe rimaste a corto del terzo elemento. Perché si sa: “Tre streghe facevano una congrega. Due streghe facevano solo chiasso.”

Ad Ankh-Morpork il fulcro della narrazione è il Teatro dell’Opera, all’interno del quale una strana fauna cerca di portare a casa la pagnotta senza troppi incidenti. “Lo spettacolo deve continuare” è il loro motto, anche quando cominciano a piovere (letteralmente) cadaveri. Che il colpevole sia il misterioso Fantasma che infesta il Teatro dalla notte dei tempi?

Il romanzo fa parte della serie dedicata alle streghe (per y nerd: è il 18esimo romanzo dei 41 ambientati nel Mondo Disco, il sesto del ciclo delle streghe) e ci offre alcuni personaggi amatissimi, come Nonna Weatherwax, arcigna strega di poche parole, e Tata Ogg, simpatica vecchina con un’etica discutibile. E poi Agnes Nitt, vera protagonista di questo romanzo. Ragazza intelligente e ingombrante, vuole sfuggire alle sue origini provinciali e al suo futuro di strega e rincominciare, diventando una donna un po’ misteriosa, tanto da farsi chiamare Perdita. Ha uno straordinario talento canoro, ma il suo aspetto non le permetterà di stare sotto le luci della ribalta.  

Oltre ad Agnes abbiamo Walter Plinge, il tuttofare del Teatro, un sempliciotto non particolarmente brillante che sotto la penna dell’autore diventa un personaggio sfaccettato e profondo. Poi abbiamo il proprietario del Teatro, un ex-formaggiaio che pensava di trovare una facile attività post-pensione nell’amministrazione dell’Opera, ma che dovrà dibattersi in un numero di situazioni assurde che gli faranno rimpiangere l’investimento. E Christine, la primadonna del Teatro, che parla mettendo punti esclamativi anche alle domande, stupida come una pigna ma con il cuore buono.

In tutta la narrazione possiamo godere non solo del tono ironico a cui Terry Pratchett ci ha abituato, ma anche di una particolare dolcezza nel tratteggiare i numerosi personaggi. E poi il suo ribaltare gli stereotipi per farci riflettere.

La stazza di Agnes, per esempio, ci viene esposta. Ma non le sarà mai di impedimento, non viene mai derisa né viene usata come facile stratagemma per caratterizzare il personaggio. Ma non è che Agnes non si faccia cruccio di questa cosa: si rende conto che il suo peso è qualcosa che la rende diversa.

“Era la mancanza di scelta a bruciare. Nessuno le aveva chiesto, alla nascita, se voleva un carattere meraviglioso o se preferiva, diciamo, un pessimo carattere in una taglia 44.”

Bene: il romanzo l’ho presentato, la disamina l’ho fatta. Manca qualcosa?

Ovviamente mi è piaciuto! È Terry Pratchett!

Lo consiglio a chi ama ridere, a chi piacciono i romanzi umoristici, a chi ama la buona scrittura e a chi vuole ampliare i propri orizzonti nel fantasy. Il Mondo Disco è lì che vi aspetta. 

Qui potete acquistare il libro da BookRepublic, il rivenditore di ebook che personalmente apprezzo maggiormente.

Recensione: Turno di Notte volume 1 di Scaglie di Rumore

A mezz'aria, tenuto per una gamba, diretto dritto dritto verso quelle fauci, Jeff non poteva altro che dimenarsi cercando di colpire l'avversario.

A me piacciono le pazzie, quelle entusiaste pazzie dettate dalla passione. 

E quelli di Agenzia Z, piccola casa editrice completamente indie, sono dei pazzi entusiasti, che per amore della fantascienza un po' pezzotta degli anni '80 e '90 hanno messo in piedi una collana autoprodotta di racconti e racconti lunghi. 

I loro libri, oltre a essere tanto piccoli da stare nella tasca dei jeans (sì anche quelli da donna) sono un inno alla nostalgia. Le copertine sono uno spettacolo e ogni libro è corredato da una carta dei tarocchi corredata. Le storie affondano le loro radici in X-files, in La Zona del Crepuscolo, nei Piccoli Brividi, negli Urania polverosi nascosti nelle edicole al mare.
 
Ma parliamo di Turno di Notte, primo volume di una serie scritta da Scaglie di Rumore. 
Jeff, Carl, Jessica e Sam sono gli addetti del turno di notte di un portale di viaggi interdimensionali. Sono prima di tutto degli sfigati: Jeff è uno stagista eterno, Carl è un androide con precedenti penali, Jessica ha seri problemi di gestione dell'ira e Sam, be'... Sam é una medusa. Straniera per giunta. I turni di notte raramente sono tranquilli, ma quella notte la sfiga dà il meglio di sé, trascinando i nostri protagonisti in una rocambolesca avventura intrisa di budella aliene. 

La storia si presenta grezza e spontanea. Scaglie di Rumore non è un autore navigato e questo a volte si sente durante la lettura. Ma non fa niente. Siamo qui per passare un'oretta lontani dalla realtà, e questo piccolo albo ce lo permette alla grandissima. E ammetto che un paio di colpi di scena mi sono proprio caduti addosso. 

"Amico, che cazzo stai facendo?" sussurò Carl. "Vi salvo il culo, lasciami fare." "Ti licenzierà, lo capisci?!" "Lo capisco, ma qualche lavoretto schifoso lo posso ancora trovare. Voi tre tra precedenti, visti e cose varie siete fottuti se perdete questo lavoro!" 

A chi fosse interessato, i libri di Agenzia Z possono essere acquistati sul loro Big Cartel. Qui invece la loro pagina Facebook, dove trovate tutte le ultime novità.

Donne che brillano al buio. La storia delle Radium Girls.

Siamo in un’aula di tribunale. Una giovane donna sta testimoniando. È sdraiata su una barella, riesce a malapena a sollevare il braccio per posare una mano sulla Bibbia e giurare di dire la verità, nient’altro che la verità. Pronuncia le parole a fatica, le mancano molti denti.

Grace Fryer è stata per anni un’operaia alla Undark, una fabbrica del New Jersey che produceva vernici molto particolari, usate soprattutto nella manifattura di orologi. Si trattava di vernici al radio, un materiale che stava riscuotendo gran successo in quegli anni, in quanto luminescente.

Il radio è un metallo radioattivo scoperto da Marie Skłodowska-Curie nel 1898 insieme a suo marito. Ci hanno vinto anche un Nobel. Ma è negli anni ’20 che vediamo il grande miracolo del libero mercato: intraprendenti imprenditori vedono in quella sostanza, così futuristica, un nuovo modo per fare soldi. Creme per il viso per un incarnato luminoso, bicchieri da cocktail fosforescenti, dentifricio per far brillare il sorriso: una veloce ricerca sul web restituisce uno spaccato di follia radioattiva. Va da sé che all’epoca non erano molto in chiaro sui pericoli della radioattività.

È in questa atmosfera di allegra imprenditoria che emerge la Undark. Le loro vernici erano perfette per dipingere quadranti e lancette di orologi e altra strumentazione tecnica per farli brillare al buio. L’esercito americano era uno dei loro principali clienti.

Grace aveva iniziato a lavorare alla Undark a diciotto anni. Il lavoro non era male. La paga non era delle migliori, ma almeno si stava sedute e non c’erano macchinari pericolosi, di quelli che ti fanno saltare le dita se non stai attenta.

Era però un lavoro di precisione. Le parti da dipingere erano minuscole, ma se utilizzavi il trucco che ti insegnavano, quello di leccare il pennellino per fare la punta alle setole, veniva perfetto.

Grace aveva chiesto al suo caposquadra se la vernice fosse sicura ed era stata rassicurata: perfettamente innocua. La polvere di radio, che veniva mischiata con acqua e un collante prima di essere utilizzata per dipingere le lancette era come porporina, finiva ovunque. Sui vestiti, nei capelli, sulla pelle. Alcune colleghe di Grace impazzirono di gioia quando uscendo la sera dallo stabilimento si accorsero di essere luminescenti. Le ragazze cominciarono persino a usare un po’ di quella vernice per dipingersi le unghie, magari prima di un appuntamento galante.

Nel 1920 Grace lasciò la fabbrica per andare a lavorare come commessa in una banca. Dopo un paio d’anni però Grace comincia a perdere i denti. A ventidue anni non è il massimo e anche il dentista è perplesso.

Sono circa 40'000 le persone che hanno lavorato in varie aziende che producevano o utilizzavano le vernici al radio. Per dipingere 250 lancette a turno venivano pagate tre dollari e settantacinque. Ma dopo pochi anni molte di queste dipendenti (quasi tutte ragazze giovani al primo impiego) lamentavano problemi di salute. Denti ballerini, ulcere in bocca, dolore alla mandibola.

Quando cominciarono a sollevarsi le prime proteste la U.S. Radium fu veloce a dare la colpa a qualunque cosa tranne che alle loro mancanti misure di protezione. Le dipendenti vennero accusate di essere sifilitiche, di essersi ammalate dopo le lastre ai raggi X. Le ragazze ci misero anni a trovare un avvocato disposto a rappresentarle davanti a un giudice. Poi cominciarono a morire. A frotte. Alcune avevano la mandibola talmente ulcerata che si faticava a riconoscerle.

Morì anche l’inventore della vernice, un fatto che fortunatamente aiutò molto le Radium Girls nel dibattimento. Ma fu solo nel 1939 che la U.S. Radium finalmente si arrese, smise di fare ricorso e pagò un risarcimento alle ragazze che erano sopravvissute. Grace non vide mai quel giorno. Morì nel 1933, a 34 anni.

Il caso delle Radium Girls è stato un importante fattore all’introduzione di leggi federali sulla protezione dei lavoratori negli Stati Uniti.

 

Recensione: Faune di Christiane Vadnais

Ho un vizio. Quando comincio a leggere un nuovo libro non mi informo quasi mai. Non leggo la quarta, non cerco l’autore, apro al capitolo uno e parto. Le ricerche le faccio dopo, per capire se le mie impressioni abbiano senso.

 Ma in questo caso, nel caso di Faune, non è completamente vero. Nel senso che quando questo libro mi è passato nel feed, io ho letto la quarta e sono saltata sulla sedia: climate-fiction! Questa è roba mia. Codice Edizioni è stata molto gentile a mandarmi una copia del libro. E voi direte: quindi sapevi cosa stavi per leggere. No.

 Quella che parte come una raccolta di racconti si trasforma presto in un romanzo a episodi. Uno dei primi momenti di smarrimento che ho provato durante il libro è stato proprio questo, quando mi sono accorta che quelli che avevo preso per racconti si andavano a intrecciare in una narrazione più ampia, sia nel tempo che nello spazio. Ma i momenti di smarrimento che chi legge incontra lungo questo libro sono numerosi. Chi legge weird e soprattutto chi ha letto Vandermeer si troverà forse più a suo agio, ma la sensazione di essere in precario equilibrio rimane.

 Corre voce che nei boschi di Shivering Heights le specie si diradano, alcune muoiono mentre altre si adattano a una velocità accelerata. È perduta la certezza di comprendere fino in fondo le astuzie delle volpi e lo sguardo sospettoso dei corvi; a quanto pare, tra diversi gruppi di insetti s’instaurano singolari connivenze. Ciò che un tempo era nominato, classificato, ordinato in diverse branche e sottobranche, ora risulta sconosciuto.

 Siamo a Shivering Heights, una non meglio definita località dove si trova una SPA. La natura è più che rigogliosa, entra nell’inquadratura in modo arrogante, con i suoi boschi e la sua pioggia incessante. Il rumore del fiume ingrossato è il sottofondo principale. L’atmosfera cupa, umida, che sa di foglie marce la fa da padrone e i personaggi che si muovono in questa natura sull’orlo dell’esplosione sono piccoli piccoli, con problemi piccoli piccoli, ma che a loro sembrano la fine del mondo.

 Abbiamo la workaholic in burnout protagonista dell’episodio iniziale, abbiamo la scienziata ambiziosa, abbiamo la figlia in eterna lotta con la madre, abbiamo una comunità che vive in mezzo a un lago, abbiamo dei fanatici religiosi. E sullo sfondo di queste vicende così umane la natura continua a rumoreggiare, a ondeggiare, a stringersi intorno, a ribellarsi all’inquinamento costante. E tu lettore vieni sballottato senza pietà: sei immerso in questo mondo fatto di foglie, di diluvi, di rami sferzati dal vento. Poi ti ritrovi al lago, dove una comunità vive sopra un villaggio galleggiante, decisa solo a pescare di giorno e fare festa di notte. Notte in cui è severamente vietato immergersi nelle acque del lago.

 Tutta la narrazione è attraversata da una strana carnalità. Il bosco, l’acqua, il fango avvolgono le persone, le trasformano, le cullano. Oppure le divorano, e le sputano diverse. Vengono mangiate cose che non andrebbero mangiate, vengono fatte cose che non andrebbero fatte. Non si capisce se le mutazioni che vediamo sono opera dell’evoluzione oppure dell’inquinamento.

Per me è stata una lettura breve ma molto intensa, con il finale che ha un che di liberatorio. È un libro che nonostante la stranezza porta un senso un po’ assurdo di speranza.

Christiane Vadnais, canadese, classe 1986, ci ha messo cinque anni a finire Faune, la sua opera prima. I critici la lodano, anche se non sanno in che genere incasellare il libro. Ma quello è un loro problema.

Talvolta, quando adocchia esseri sconosciuti, un vecchio desiderio la prende : nominare. Classificare il vivente. Ma ormai opta in genere per la contemplazione, così fissa con curiosità i rifelssi iridati di quella larva soffice, che si muove con ampie oscillazioni.

Lettura consigliata a chi ama il weird e la climate fiction, a chi ama essere immerso in un ambiente narrativo denso, umido e fangoso. A chi ama sentirsi confuso per il piacere di ritrovare il bandolo della matassa alla fine. A chi piace la filosofia e il farsi domande sul senso della vita.

A chi cerca l’azione un avviso. Qui ce n’è poca. Pur essendocene tanta. Succedono cose in questo libro, ma è come se si svolgessero attraverso una nebbia. I personaggi sono sempre tra il letargico e il rassegnato e quando agiscono, lo fanno come al rallentatore.

Ringrazio ancora Codice Edizioni per avermi fatto arrivare questo libro. Trovo bello che anche in Italia ci sia chi vuole far arrivare questo genere di narrazioni sperimentali. 

Il libro è acquistabile su tutti gli store online. Maggiori informazioni sul sito dell'editore.

 

Recensione: Sono Fame di Natalia Guerrieri

 


Pidgin Edizioni, 2022

247 pagine

Ho comprato questo libro al Salone del Libro di Torino ma sono riuscita a leggerlo solo ora.

Avevo letto l’esordio di Guerrieri, “Non muoiono le api”, in aprile e ne avevo scritto nella newsletter. Questo romanzo l’ho trovato più maturo, più crudo. Se “Non muoiono le api” poteva essere ascritto alla corrente Solarpunk e che nonostante la sua atmosfera tetra aveva una vena di speranza, qui parliamo di un romanzo completamente diverso. È un ritratto surreale di una realtà presente.

 Dalla quarta: Nella capitale tentacolare, insaziabile catalizzatrice delle logiche della prevaricazione, le rondini schizzano da una zona all’altra per portare ogni genere di cibo ai clienti che aspettano affamati dietro porte socchiuse. Chiara è una di loro: le sue giornate sono scandite da una chat sempre attiva attraverso cui ogni suo gesto viene monitorato.  

 Quello che trasuda da queste pagine è la stanchezza della protagonista, la sensazione di non avere scampo, di essere rinchiusa nel recinto delle logiche di mercato, la speranza di emergere sempre più sbiadita all’orizzonte. Credo che sia un ritratto crudele ma realistico delle ambizioni tradite dei ragazzi di oggi, costretti da una parte a impegnarsi a fondo per essere intelligenti, brillanti, pronti per il futuro, dall’altra a dover fare gavetta, farsi umiliare e servire a capo basso i “grandi”. Sullo sfondo una città abbruttita, calda, soffocante e piena di disagio. Il disagio della povertà, della solitudine, il brutto che ti sbatte in faccia a ogni cantone. E il tutto scandito da una chat che spinge Chiara a lavorare lavorare lavorare per far salire il punteggio, far aumentare i bonus. Trovo sia un ritratto molto calzante di quella gig economy che sembra stia finalmente venendo vista per quello che è: sfruttamento senza garanzie né diritti del lavoratore.

 Qui un pezzo del processo di selezione delle rondini:

“Mi chiamo Irene, Ho scoperto Envoyé su internet. Si lavora quanto vuoi e dove vuoi. Mi piace un lavoro senza vincoli. Mi piace andare in bici per la città.”
“Sei fortunata Irene, sei molto fortunata, lo sai? Perché questo è un lavoro speciale. Essere rondine è speciale.”
L’uomo tatuato si è fatto avanti e di sua iniziativa ha detto, “Sono Kevin. Anche per me è così. Sono d’accordo con quello che ha detto.”
Carlo ha alzato le mani verso il cielo.
“Un applauso! Più forte! Più forte!”
Io cercavo di essere più decisa, di farmi sentire. L’impressione che avrei fatto al colloquio sarebbe stata il mio lasciapassare per la capitale.

Questa energia da setta religiosa, una tendenza che nella new economy si è diffusa a macchia d’olio, è stata dipinta in modo meraviglioso dall’autrice e mi ha fatto venire i brividi. Brividi e una stretta allo stomaco che mi hanno accompagnato per tutta la lettura, mentre Chiara affronta una dopo l’altra porte che le si chiudono in faccia.

Consigliato a chi vuole un libro veloce, crudele, con una protagonista sfaccettata e un’ambientazione urbana realistica.

Sconsigliato a chi sta cercando una lettura confortevole.

Recensione: Raccontare la fine del mondo di Marco Malvestio

« In un articolo del 2015, Jan Zalasiewicz e il suo tema di ricerca hanno proposto come data di inizio dell’Antropocene proprio ‘il momento della detonazione della bomba atomica Trinity alle 05 :29 :21 del 16 luglio 1945. L’esperimento Trinity segna il momento a partire dal quale è pienamente rilevabile, a livello stratigrafico, la presenza massiccia di radionuclidi artificiali (…) in altre parole, il peso della specie umana come forza geologica »

Raccontare la fine del mondo di Marco Malvestio è un breve saggio che parla delle diverse apocalissi raccontate dalla fantascienza. Edito da Nottetempo, il saggio è diviso in 5 grandi aree tematiche. Ogni tema contiene sia un grande archetipo delle distopie fantascientifiche, sia una lucida analisi della storia umana in relazione a quel tema.

Marco Malavestio è nato nel 1991. Lavora all’università di Padova, dove, in collaborazione con la University of North Carolina at Chapel Hill, gestisce un progetto di ricerca su fantascienza italiana ed ecologia (fonte: marcomalvestio.com).

Ma parliamo del libro.

Si parte a razzo già dall’introduzione, dove si cerca di capire cosa sia (ma soprattutto cosa non è) la fantascienza e l’Antropocene. In seguito Malvestio ci parla dell’atomo : di come la guerra fredda abbia influenzato la cultura popolare e di come l’energia atomica abbia una doppia natura, creatrice e distruttrice. Un tema anche oggi molto attuale, con una frangia di ambientalisti che insiste per un ritorno massiccio delle centrali nucleari.

Il secondo macro-tema è quello delle malattie. « Insomma, nella ricerca disperata del ‘paziente zero’ e del luogo del salto di specie si cela l’ansia di lungo corso per la contaminazione, da parte dell’Oriente e dell’indigeno (intesi in senso ampio come concetti culturali prima che geografici), del corpo sano dell’Occidente ». Qui viene approfondita un’opera di Mary Shelley, L’ultimo uomo e si parla anche di come la gestione neoliberale delle risorse causi spesso grandissimi problemi di salute pubblica.

Il terzo capitolo è dedicato all’elefante nella stanza : il cambiamento climatico. Qui si comincia a parlare di iperoggetti (un concetto che non conoscevo), ovvero « entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo ». Ma si parla anche di approcci diversi rispetto alle narrazioni apocalittiche e/o distopiche come per esempio il solarpunk. Vi lascio qui il link a un cortometraggio nominato da Malvestio che mi è piaciuto molto (in inglese): https://youtu.be/iPD-mvR6C-M?feature=shared

Il quarto capitolo è stato forse il mio preferito : le piante. In questo capitolo Malvestio ci parla di come le piante, onnipresenti nel nostro ambiente, non vengano considerate, anzi nemmeno viste, dall’essere umano come agenti ambientali. Le pensiamo meno evolute e meno importanti, vivono a un ritmo completamente diverso dal nostro e non siamo abituati a pensare alle piante come veri e propri esseri viventi. Poche opere di fantascienza le hanno usate come espediente narrativo, ma sono opere visionarie.

L’ultimo capitolo parla invece del regno animale e soprattutto di specismo. Da dove viene l’idea di scrivere di animali mostruosi, di animali che si ribellano al genere umano ? Che il genere umano abbia un po’ la coda di paglia ?

È stata una lettura intensa, breve, molto scorrevole e ricchissima sia di spunti di riflessione che di opere da recuperare e contiene analisi molto puntuali su temi come il colonialismo e il post-colonialismo, lo specismo, l’agentività del non-umano. Io l’ho divorato e sono rimasta soddisfatta da quanto ho potuto imparare. Ha un taglio ambientalista e progressista e questo a me è piaciuto. Ovviamente la mia lista di letture da recuperare si è allungata a dismisura.

Leggilo se ami la saggistica scorrevole, prendere appunti furiosamente e scoprire nuovi libri da leggere.

Non leggerlo se pensi che la fantascienza non debba essere politica.

Recensione: Raybearer di Jordan Ifueko

Ricordai l’aria che aveva la prima volta che ci eravamo incontrati: un’aria braccata. L’Orso del principe, ingobbito dagli incubi e dalle ombre. Ma ora la sua schiena era ben eretta, e la fronte, seppure accigliata, era sgombra. L’avevo aiutato. Avevo guarito le cicatrici della sua mente. Gli avevo fatto dimenticare la sua storia. Perché non avrei potuto fare lo stesso con la mia?

Inspirai a fondo, affondai le dita nelle tempie e distrussi i miei stessi ricordi.

Tarisai è cresciuta in isolamento nel selvaggio regno di Swana, Sua madre, Lady, è una donna potente e temuta, che non le ha mai dimostrato affetto e che la spedisce nella Città di Oluwan, la capitale dell’Impero Arit, a competere con altri bambini per entrare a far parte del Concilio del principe Dayo, l’erede al trono. Undici di loro verranno selezionati per essere consacrati attraverso il potere del Raggio, che li legherà a vita. Ma Tarisai nasconde un terribile segreto.

Raybearer, primo tomo di una dilogia, è il romanzo d’esordio di Jordan Ifueko, autrice californiana di origini nigeriane. Si tratta di un fantasy che affonda le radici del proprio worldbuilding nel folklore africano. Non avendo ancora letto il secondo libro (in italiano esce a novembre, sempre per Fazi Editore) non posso dare un giudizio completo sulla storia. Ma per intanto vi do qualche impressione.

Cosa mi è piaciuto

Il mondo creato da Ifueko è una ventata di freschezza per il fantasy moderno, sempre un po’ troppo focalizzato sul folklore mitteleuropeo (vedi la Bardugo). Ci aveva provato un po’ Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon, dando però un’impressione raffazzonata. Qui invece si respira proprio un’altra aria, un’aria profumata di gelsomino e frutti di mango. Si passa per paesaggi diversissimi, dalla savana alle foreste fino ai territori dove la terra si è spaccata per far uscire dei demoni. Il pantheon di spiriti e creature fatate presenti nell’opera sono coerenti con la storia e danno movimento, senza essere banali e con una funzione importante per la storia. Ah, e la copertina! Che roba troppo bella.

Cosa mi è piaciuto meno

Raga, ho trentasette anni e posso dirlo candidamente: il fantasy, con il suo viaggio dell’eroe, mi ha un pochetto rotto le scatole. Se a pagina quaranta già capisco dove andrà a parare la storia (il grande destino dell’eroe) un po’ mi stufo e tutte le avventure del mondo non potranno distrarmi dall’idea che sto venendo presa per il naso. Io capisco l’archetipo, il fatto che si tratti di un’opera prima, capisco il topoi classico che va inserito a tutti i costi perché è un romanzo Young Adult, capisco tutto. Ma ecco, ormai ho un’età. Comunque sappiate che c’è un bel #friendstolovers.

A chi lo consiglio?

Agli amanti del fantasy contemporaneo e degli Young Adult, a chi vuole immergersi in un mondo magico non imperniato sul folklore anglosassone o mitteleuropeo, a chi piacciono le protagoniste un po’ sempre in balia degli eventi, agli amanti del #friendstolovers

Ps. L'immagine porta direttamente al sito dell'editore. 

Recensione: Storie della serie cremisi di Lucio Besana

Sentii l’odore umido e pietroso della platea sotterranea. Al di là del palco, il pubblico era nascosto da uno strato di oscurità granulosa prodotta dall’abbaglio delle luci di avanscena; non riuscii a distinguere le forme allineate sulle gradinate. Fui però certo, una certezza irrazionale che proveniva dall’istinto di sopravvivenza, che l’ambiente al di là del palco fosse molto più grande della platea che avevo visto entrando nel palazzo delle conferenze. Al solo pensiero delle sue dimensioni mi sentii sbiadire. Vacillai.

L’uomo alle mie spalle mi appoggiò tra le scapole una mano grande quanto un ragno australiano.
“La aspettano” disse. “Le prometto che non li deluderà.”
E detto questo mi spinse in scena.

Edizioni Hypnos è una delle prime realtà ad aver catturato la mia attenzione quando ho aperto la mia pagina Instagram dedicata alla letteratura fantastica.

Ho scoperto H.P. Lovecraft (da un romanzo del quale Hypnos prende il nome) quando andavo alle medie. Avevo trovato a casa di una mia amica “L’orrore di Dunwich” e me lo portai a casa. Fu così che scoprii la definizione di Disturbante. Sicuramente ero un’anima affine: dai Piccoli Brividi ero passata ai libri della serie dal dorso rosso della Junior Mondadori per poi cadere direttamente nel buco nero di Edgar Allan Poe (passione fortemente condivisa con mio padre).

Quindi Lovecraft fu un prosieguo logico.  

Poi arrivò la tarda adolescenza che mi buttò in uno smodato consumo di thriller e gialli con protagonista una certa anatomopatologa (scegliete voi quale).

Ma sto divagando. Dicevamo…

Hypnos è una piccola casa editrice specializzata in letteratura horror e weird, e si occupa di recuperare testi classici del fantastico e  con la collana Modern Weird  diffondere il fantastico moderno anche alle nostre latitudini.

Il primo libro della collana Modern Weird che ho letto è stato “Storie della serie cremisi” di Lucio Besana.

Si tratta di una raccolta di racconti interconnessi dal carattere weird e ambientati in un mondo distopico, tetro, polveroso e freddo.

Avete presente la moda dei backrooms, quei video dove qualcuno si introduce nei retri di spazi comunitari come hotel, centri commerciali e trova spazi troppo grandi, troppo vuoti e che danno la sensazione che qualcosa di mostruoso si annidi proprio dietro il prossimo angolo? Besana, con i suoi racconti, spesso suscita la stessa sensazione.

Dei sette racconti e cinque interludi che compongono la raccolta, quelli che mi hanno colpito in particolar modo sono sicuramente “Una stagione al Teatro della Scena Rossa”, di cui avete letto uno stralcio all’inizio, e “Veglia”.

Il primo è il racconto in prima persona di un attore che viene convocato in un teatro nel mezzo del nulla come improvvisatore. Tutto il racconto è pervaso da una sensazione di terribile presagio. Ogni personaggio, ogni spazio che il protagonista incontra è fondamentalmente sbagliato e il lettore prosegue avidamente la lettura in cerca di una spiegazione.

“Veglia” invece è un racconto semplicemente mostruoso. Comincia così: “Il giorno del funerale di sua figlia, il professore si svegliò e seppe cosa fare. Uscì di casa e si mise a scavare.”. 
Il racconto segue con morbosa attenzione l’ossessione di questo strano personaggio che continua a scavare per tutta la lunghezza della storia, con il lettore che si domanda quando si fermerà.

Insomma, Besana prende i fondamenti del weird e dell’eerie di Lovecraft e gli dà un twist moderno e spesso poetico, nel suo immergerti in un ambiente totalmente altro.

Consigliato a chi ama il disturbante, a chi pensa che gli autori italiani non siano capaci di scrivere fantastico (si dovrà ricredere, e non di poco), a chi pensa che l’horror sia morto negli anni ottanta.

 Maggiori informazioni possono essere trovate sul sito dell'editore: Edizioni Hypnos 

Recensione: L'uomo che vedeva le mosche (e altre opere impresentabili) di Roger Munny

 

Dalla quarta di copertina: Si definisce pseudobiblion un libro immaginario che viene trattato come fosse reale e quindi citato come fonte o addirittura recensito. Il che è proprio quello che farò io nelle prossime righe.

Infatti, il libro in questione parla proprio di dieci opere impresentabili e dei loro autori. Personaggi assurdi che hanno scritto (o diretto) storie folli e dallo scarsissimo successo editoriale.

Clay Robson, per esempio, è il biografo di Michael Rondello, fondatore della religione della Luce Riflessa. In questo racconto viene ripercorsa, in maniera piuttosto asciutta, la vita di Mike the Light (Rondello ndr.) che sembra sceneggiata da Hunter D. Thompson. Abbiamo racconti ancora più lisergici, come “Centopiedi e tribù in New Mexico” che rientra (a mio parere) dritto nel Weird. La lettura prosegue leggera tra alieni che danno vita a una rivoluzione anarco-libertaria, strani libri magici indiani, l’autobiografia del sedicente più grande musicista britannico vivente, un’isola di funghi, vampiri albini, una Regina delle mosche (racconto che dà il titolo al libro), un monaco buddista che diventa una guida spirituale per una comunità neonazista in Sudamerica e infine una pellicola sperimentale infarcita di messaggi subliminali per sovvertire la società capitalista.

L’impressione generale è che sia tutto falso, compresa la biografia dell’autore presente nell’aletta. Ma è proprio questo il bello, e mi sono divertita molto a leggere le strampalate avventure di questi personaggi presi quasi sempre a schiaffi dalla vita. Uno splendido esercizio di fantasia, con alcuni svolazzi di sincero genio e quale tocco di volgarità che condisce sapientemente il testo. Ringrazio di cuore Ammodino Edizioni, nella persona di Valentina Presti Danisi, per il regalo e spero che continuino a selezionare opere di questa caratura. 

Qui potete trovare maggiori informazioni sull'opera:  Ammodino Edizioni

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